20 maggio 2012

- Opus Minimum - Solstizio d’Estate 2012 -


Solstizio d’Estate  2012


IL LABIRINTO, un segno, per la mente
un simbolo, per la psiche                                                          1
Stelio Calabresi

Il Flauto Magico                                                                        20
Giuseppe Rausa                 Conservatorio Nicolini, Piacenza

Juliette delle erbe                                                                     27
Fulvia Marino                                                             Redazione

A Napoli, la Tradizione Ermetica                                          34
Sigfrido Hobel                       R:.L:. Arcadia 1161 GOI, Napoli

Si diceva in giro che il Principe…                                         43
Paolo Aldo Rossi                                                             Airesis

Massoneria
e “Cristianesimo senza Cristo”                                    
           61
Lino Sacchi                   R:.L:. Pedemontana 696 GOI, Torino
Per Info

lab.ermetico.filosofico@gmail.com"












19 maggio 2012

- Brindisi: Gran Maestro Raffi (GOI), ferma condanna per il vile attentato. Inaccettabile morire davanti a una scuola



“Ferma condanna per un attentato vile e senza onore: il sangue dei giovani grida verità. Esprimiamo profondo dolore per la morte di Melissa e vicinanza forte alle sue compagne che stanno lottando per la vita. E' inaccettabile morire davanti a scuola, vittima di una violenza senza fine. Nei periodi bui si vuole colpire la cultura e i giovani che sono la voce della legalità”. Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, esprime il cordoglio dell'Obbedienza di Palazzo Giustiniani per il tragico attentato avvenuto questa mattina all'istituto professionale di Brindisi 'Morvillo-Falcone', costato la vita alla sedicenne Melissa Bassi. Sette i feriti, tre in prognosi riservata.

“Senza un briciolo di umanità, è stata colpita una scuola che porta avanti progetti di legalità e lotta alla mafia – sottolinea Raffi – noi siamo al fianco degli studenti e di tutti coloro che lottano ogni giorno sul territorio contro le organizzazioni criminali e la morte della speranza. Il Sud e la sue coscienze libere sono sono più forti dei mercanti di odio. Nessuno sforzo – conclude il Gran Maestro - deve essere risparmiato per individuare e punire i responsabili di questo crimine odioso”.

Roma, Villa il Vascello 19 maggio 2012

02 maggio 2012

- V:. I:. T:. R:. I:. O:. L:. un cardine dell’’esperienza massonica



Silenzio …; silenzio e penombra …; attorno a me contorni sfumati ed ineffabili di oggetti che proiettavano ombre tremolanti alla luce della candela che mi ardeva di fronte.
Ero solo, o almeno credevo di esserlo, tale la suggestione del momento, solo con le mie colpe, con i miei principi, con le mie paure più inconfessabili. Solo, in una stanza piena di richiami simbolici e di ammonimenti, alcuni chiari ed evidenti, altri arcani ed inquietanti. Fra tutti, quello che più stimolava la mia fantasia e la mia coscienza era la parola VITRIOL. D’un tratto provavo un pressante impulso, una sensazione curiosa, la necessità di abbandonarmi a stati d’animo sopiti da tempo.... Fin da bambino ero stato attratto ed al contempo piacevolmente spaventato dalla parola "vetriolo" tanto che più di una volta avevo consultato dizionari ed enciclopedie circa il significato di tale vocabolo. Vetriolo: caustico, acido solforico, dal latino medievale vitriòlum, derivato da vitrèus, "vitreo", era per gli antichi il nome generico che, in virtù del loro l'aspetto vetroso, indicava i vari solfati metallici. Lentamente scivolavo nella riminescenza di ricordi d'infanzia, un guazzabuglio di fugaci visioni ed emozioni: rivedevo il blu intenso dei cristalli di solfato di rame che mio nonno scioglieva per preparare la "poltiglia" per le viti.... l'acqua del secchio si colorava allora di un blu oltremare così meraviglioso che quasi mi perdevo a guardarlo...
Ora sono quasi sicuro che certe sensazioni, certe domande insistenti che ci portiamo dentro, certi "non so che" altro non sono che il ricordo di lontane emozioni, quasi obliate dalla memoria e di cui non rimane altro che un tenue sapore, ma che è possibile, con un pò di attenzione e pazienza, riportare alla luce, allo stesso modo in cui ci si serve di una corda per sollevare il secchio da un pozzo profondo. Ed era proprio quello che mi accorgevo di dover fare, scavare in me stesso utilizzando tutte le mie facoltà, ma neppure immaginavo quanto profondo effettivamente fosse il pozzo e quanto sarei dovuto risalire indietro nel tempo.... Comunque è un lavoro che ha occupato buona parte delle settimane che hanno seguito la mia iniziazione e che incessantemente continua ogni giorno ancora oggi, tenendo ben presenti le riflessioni di O. M. Aïvanhov (Il lavoro alchemico ovvero la ricerca della perfezione): "Non bisogna lottare contro le debolezze e i vizi. Che si tratti di gelosia, di collera, di cupidigia, di vanità, occorre mobilitarli affinché operino nella direzione voluta. Se è naturale utilizzare le energie della natura, perché meravigliarsi quando si tratta di utilizzare certe energie primitive che sono in noi? La conoscenza delle regole dell’alchimia spirituale consente di saper tra-sformare e utilizzare tutte le forze negative". L'acrostico V.I.T.R.I.O.L. è emblematico delle finalità dell'alchimista:"Visita Interiora Terrae, Rectificando, Invenies Occultum Lapidem”. L'invito, rivolto alla terra interiore di ciascuno, è il seguente: "Visita l'interno della Terra e, rettificando, troverai la pietra nascosta". È una parola derivata direttamente dall’insieme degli insegnamenti, dei suggerimenti e delle proposte operative, oltre che dalle speculazioni alle stesse connesse, che nel corso della storia sono state tradizionalmente trasmesse, e a noi giunte sotto il nome di Alchimia. Da ciò risulta evidente che il riferimento a tale termine comporta il riferirsi ad uno dei materiali con i quali gli operatori, in generale e genericamente detti Alchimisti, tendevano a realizzare la trasformazione del piombo, o comunque di una materia vile e di scarso valore, in oro, il compiuto raggiungimento del fine ricercato. Nella parete nord del gabinetto di riflessione, laddove è tenebra ed abisso, in alto, appunto la prima parola è V.I.T.R.I.O.L. Ed è da tale parola che il recipiendiario parte per portare a termine il suo primo viaggio, quello riguardante la Terra, viaggio da compiersi fuori dal Tempio massonico, decisamente presupposto per l’iniziazione. Insieme con la parola V.I.T.R.I.O.L sulla parete nord sono stampati segni ed ammonimenti che riguardano l’iniziando neofita al fine della sua tutela ed al tempo stesso delle condizioni per il possibile compimento del viaggio. E da ciò si può già subito notare che mentre la parola V.I.T.R.I.O.L detta un comportamento di carattere generalizzato, la stessa è anteposta, come direttiva di carattere generale ad ogni altro singolo invito ed ammonimento. La tradizione riguardante gli insegnamenti alchemici, a volte non soltanto alternativamente, ma addirittura congiuntamente, ci presenta la stessa anche nella sua forma enneadale, composta di nove lettere, che dicono, piuttosto che V.I.T.R.I.O.L, V.I.T.R.I.O.L.U.M.. E si potrà aggiungere anche che il punteggiare la parola è soltanto un vezzo teso al massimo a far si che si tenga nel dovuto conto l’importanza del numero sette. Il significato che di solito si attribuisce alla frase è quello, in termini di latino classico, di “Visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem” con l’aggiunta dei termini “veram medicinam”, nel caso della parola composta di nove lettere. Già da una prima lettura di tale parola-frase possiamo bene intendere che, mentre per un verso si vuole comunicare un insegnamento ed un significato consequenziale utile a chi lo stesso riceve, quale percorso ed operazione da compiere per il ritrovamento di una soluzione delle problematiche che hanno spinto l’iniziando stesso a richiedere l’iniziazione muratoria, per l’altro la parola stessa contiene in sé – oltre al senso letterale della frase già palesato – anche qualcosa di più del semplice invito operativo che viene solennemente fatto. Incuriosisce l’osservatore attento, innanzi tutto il senso della frase e il significato da dare al contenuto della stessa, da attualizzarsi sui diversi possibili piani operativi, ma quel che ancor più incuriosisce è il fatto che il suo senso apparente costituisce un risultato che dovrebbe ritenersi compiuto una volta effettuato il viaggio nella Terra, risultato che invece resta come un ammonimento che sollecita l’iniziando a ripetere di continuo l’operazione, prima ancora che a lui vengano resi noti i modi per operare. Si esalta l’operazione ponendola per la sua esplicita evidenziazione come comandamento e comportamento essenziale di carattere generale da tenersi sempre presente e da attuare comunque. La frase è stata interpretata, dopo opportuna modifica, anche in tal senso: “Visita interiora tua, rectificando ……”, intendendosi con ciò dare alla stessa il significato di un lavoro puramente introspettivo, quasi sostitutivo di quello che un paziente compie con l’aiuto del proprio psicanalista. Il significato della parola V.I.T.R.I.O.L (ed ancor più quello di V.I.T.R.I.O.L.U.M), è ben altro, ben più impegnativo e risolutivo dei problemi dell’individuo, di quello pure importante or ora ricordato, significato ovviamente anche quest’ultimo non escluso dal lavoro che l’iniziando dovrà portare a compimento. In realtà la ricerca dell’effettivo significato della frase, e la proposta primaria di attenzione da prestarsi a tale termine, costituiscono la conferma dell’operazione che sostanzialmente la massoneria con l’iniziazione e la proposta dei simboli, lo svolgimento dei rituali e la partecipazione al collettivo, chiede all’iniziando di compiere; proposta che è poi quella che costituisce la vera prima prova da superare. L’insegnamento vuole che l’iniziando sia consapevole, desto, non rinchiuso, né condizionato da e in soluzioni banali, scontate o dogmatiche delle tematiche che la realtà a lui propone. A tal fine lo stimola e lo mette, già con questa prima parola, alla prova, palesando apparenti contraddizioni di significato, di terminologie e di situazioni che esigono invece una soluzione del tutto giustificante ogni possibile dubbio e domanda. Soluzioni che vogliono appunto l’adozione della massima attenzione e l’esecuzione di una effettiva indagine con l’attivizzazione piena delle facoltà presenti nell’individuo, del pensare, del riflettere, meditare, coordinare e trarre conclusioni.
Per chi voglia effettivamente lavorare e comprendere, è mia opinione che innanzitutto ci sia da domandarsi in cosa consiste in effetti l’operazione del “visitare”. Si tratta, forse, di un visitare pensandosi? Oppure si tratta di un continuo sperimentarsi ed al tempo stesso di un osservare gli effetti del nostro comportamento? E non si tratta forse ed invece di prendere puramente atto, in termini di visione e presa di coscienza, in stati di obbiettiva presenza a noi stessi nell’esame – che dovremo necessariamente fare – dei nostri modi di essere, delle nostre qualità nell’agire, dei nostri sentimenti – quelli che accompagnano e producono effetti derivanti dalle azioni compiute – e non anche invece di una introspettiva indagine sui perché che hanno sollecitato tutte le realtà già ricordate nel nostro essere, in un modo o nell’altro qualificatesi con riferimento al sociale, al singolo individuo e alla natura? Visitare, cioè, significa soltanto prendere atto? O invece significa procedere a scoprire anche e soprattutto i luoghi nascosti ed occultati della nostra realtà? Come possiamo ben vedere “visitare” non è certo compito da poco, solo che non ci si limiti superficialmente a intendere la dimensione della operazione proposta. Il visitare comporta una presenza. Non un semplice pensare o intervento mentale, ma la partecipazione dell'interezza della persona. Una presenza fisica con un’intensa motivazione nella ricerca. Una volontà che ci fa procedere ed una mente che discerne. Il visitare significa anche assumere un atteggiamento dinamico, bandendo la staticità; significa procedere al fine di osservare, analizzare, scegliere determinati percorsi ed avanzare per raggiungere il fine che ci siamo proposti. Ma qual' è l'oggetto della visitazione? Verso quale posto ci muoveremo? Il luogo viene indicato quale l'interno della terra. Badiamo bene, non la superficie, ma la parte più nascosta e non visibile ordinariamente. Dei quattro elementi: aria, acqua, fuoco e terra, viene indicato quest'ultimo, il più materiale. Nel microcosmo umano, il corpo fisico, con la sua materialità, viene associato all'elemento terra. Ne consegue che la ricerca deve essere orientata all'interno dell'Uomo quale corporeità. Ma visitare l'interno della terra presenta una grande pericolosità, perché ci si orienta verso un mondo sconosciuto, immergendoci nel quale possiamo perderci nella nostra totalità od avere l'immensa ricompensa, nostra mira nell'intraprendere il periglioso viaggio. Lo scopo della ricerca viene indicato come il ritrovamento della pietra occulta, cioè nascosta. E’ una pietra misteriosa e di estrema preziosità. Una pietra che possiede immensi poteri e che essenzialmente permette quella trasmutazione dell'essere che giustifica il completo dedicarsi alla sua ricerca. Una pietra che viene ad essere qualificata "filosofica", perché nota ai "filosofi", e, dopo opportune lavorazioni o "rettifiche", diventa "filosofale", con il potere di trasmutare i metalli vili in oro e capace di dare l'immortalità. Il simbolismo ancora ci soccorre e ci indica che quando l'uomo ha realizzato l'illuminazione, l'occhio spirituale gli permette di rendere aureo ciò per gli altri è di poco valore, in quanto non hanno attivato quella capacità di penetrazione delle cose; capacità che rimane in loro potenziale, quale possibilità cioè non realizzata. La giusta visione delle cose porta come conseguenza la scelta dell'unico, vero sentiero che ci dà il dono dell'immortalità nel divino. Ma questa è solo una delle ipotesi, infatti: per quale ragione la frase parla espressamente di “Interiora Terrae” ? Cosa si intende effettivamente per “Terrae”? Soltanto il proprio interiore psichico? Così come sembrerebbe essere se adottassimo per vera la formulazione sopra ricordata che sostituisce al termine “interiora Terrae” quello di “interiora Tua”? Certo non possiamo negare che la frase fa espresso riferimento proprio all’interno della Terra, e non all’interno, alle interiora, di ogni singolo individuo. E non potrebbe darsi che la frase voglia proprio significare l’interno della terra? Da intendersi questa, ovviamente, non quale oggetto del lavoro dello speleologo ricercatore, il quale al massimo penetra in una limitatissima parte di quella che è la piccolissima realtà della crosta terrestre. Che, se fosse vera tale ipotesi – salvo intendersi sul significato del termine terra – ben si comprenderebbe come tale sia l’invito proposto, piuttosto che la formulazione di un invito nei noti termini del comando che dice “conosci te stesso”. E pur se forse possiamo ipotizzare quasi con certezza che non vi sia per nulla contrasto tra l’operazione del “conoscere se stessi” e quella del “visitare le interiora della terra”, dobbiamo altresì ammettere che una ragione decisamente importante vi deve essere stata allorché si è trascurato un motto del tutto nobilitato – in quanto iscritto sul frontone del tempio di Delfi – e fatto proprio da Socrate e da tutta la filosofia occidentale, e si è invece adottato un acrostico di significato apparentemente uguale proveniente dall’Alchimia per veicolare con le parole V.I.T.R.I.O.L o V.I.T.R.I.O.L.U.M la stessa concettualità e lo stesso impegno da perseguire. Ovviamente la Terra non può di certo intendersi come il coacervo dei silicati, dei carbonati, dei metalli puri ed impuri, che si appalesano ai nostri sensi e che costituiscono la cosiddetta crosta terrestre, avuto riguardo allo stato di coscienza da noi vissuto nella condizione limite nella quale attualmente siamo collocati. E non può neanche intendersi come quel fuoco centrale che la scienza ci dice essere attivo nel nucleo del pianeta, così come lo stesso ci si mostra. Sarebbe come credere, e pensare, che la prigione nella quale siamo rinchiusi e la condanna a morte che ci è stata irrogata sin dal nostro nascere, sia costituita dalle mura e dalle sbarre della prigione materiale stessa nella quale apparentemente siamo rinchiusi, e dalla sentenza che riteniamo che qualcuno abbia emesso nei nostri confronti. La terra deve essere qualcosa di più e qualcosa di diverso, così come la prigione deve essere qualcosa di diverso dalle mura che sembrano rinchiuderci, e come la sentenza a sua volta deve riguardare una situazione del tutto diversa da quella presupposta dalla presunta formale irrogazione della condanna. Se solo ci soffermassimo a riflettere sulla prima parte di questo invito ed attentamente considerassimo il suo senso più intimo, di certo qualcosa comprenderemmo di più di quanto normalmente siamo portati a comprendere; ed è altresì certo che sapremmo anche bene intendere il lavoro che dovrebbe essere portato a termine da ciascuno di noi. Non dovremo adottare perciò, a questo punto, soluzioni semplicistiche e banali, penetrando nel senso più profondo del significato che l’invito comporta. Secondo altre ipotesi interpretative il lavoro di conoscenza ed approfondimento andrebbe traslato nella mitologia greca classica. Infatti nell’antico mito greco la terra era denominata Hera, da identificarsi nella Madre dei Viventi; altri – con concettualità analoga – hanno denominato Hera, la madre degli Heroi, Iside, Madre di Oro, sorella e sposa di Osiride, vedova del consorte ucciso dal fratello Tifone. Per i massoni, figli della Vedova, tale mito potrebbe ben essere una opportuna segnalazione, volta al fine di almeno tentare di comprendere il senso della frase proposta alla loro attenzione! La Terra potrebbe essere, alla luce delle considerazioni sinora svolte, appunto quella Hera, od Iside velata, che deve essere conosciuta – ed in tal modo scoperta – perché la coscienza di chi la ritrova possa pervenire allo stato di figlio cosciente e cioè nella condizione del figlio generato da Osiride, il nome del quale è Oro. L’importanza decisiva della frase, contenuta nell’acrostico V.I.T.R.I.O.L consiste proprio in questo: e cioè che viene dato per vero che l’iniziando ha in se la potenzialità e la capacità di attuare un simile percorso ricognitivo e di svelamento, percorso che lo porterà a ritrovare la fonte della sua essenzialità, la fonte della vita, evadendo in tal modo dalla prigione nella quale è convinto di essere rinchiuso e fuggendo alla condanna alla quale ha egli stesso acconsentito per aver dimenticato la sua origine divina. Il Percorso che viene quindi indicato è perciò il percorso riservato agli Heroi, ai figli di Hera. Tale iter da compiere passa necessariamente, e si attua, non con la materialità, non con la psichicità, e neppure con l’intelligenza piatta e banale, ma piuttosto con quell’elemento centrale e costituente l’essenza dell’essere, quell’elemento che si è soliti denominare lo Spirito, il quale pure si assume esser presente nell’uomo come riflesso di un fuoco centrale presente nella manifestazione, che nell’individuo sembra manifestarsi, se ricercato, in atto, quale intelligenza superiore. La Terra è in realtà l’idea dell’idea e la stessa è conoscibile e percepibile se specchiandosi in essa, dopo averla ricercata, l’essere umano ridesta la sua primigenia Qualità. A questo punto si potrà accettare che menti che cominciano a risvegliarsi, contestino il metodo adottato del ricorso ad immagini mitiche, per indicare in cosa consista la terra e in cosa consista l’idea dell’idea. Qualcuno potrà dire che è troppo facile mostrare la Terra in una proiezione d’immagine diversa da quella che usualmente è intesa e poi senza spiegare in concreto in che consista effettivamente la Terra, identificarla additandola come meta da raggiungere in una Iside che alla fin fine se non riportata in termini di concettualità ad immagini conosciute, resta comunque velata. E se tale critica venisse effettivamente sollevata da chi è ormai interessato al tema, dapprima perché incuriosito dalle anomalie e perché di poi preso dalla tematica, non si potrà che rispondere a chi ripropone in tali termini i quesiti originari, che effettivamente la critica sembra aver giustificazione e fondamento. Ma, prima di rispondere all’obiezione, c’è da domandare all’interrogante se non sia già un fatto trasmutatorio l’essersi posto nei confronti di una prospettazione del genere di quella effettuata, in termini critici, un principio di approfondimento serio del tema, e se tale suo atteggiamento non consista già in un inizio di viaggio e al tempo stesso in una trasformazione. Il porre la domanda può lasciar sperare in una risposta; ed anzi, secondo i kabbalisti, nella domanda rettamente posta, è già implicita la dovuta ed ineluttabile risposta.
In ogni caso il porre la domanda è già il conquistare, per chi la pone, uno status diverso dal precedente. In alchimia si suole indicare tale atteggiamento, quello appunto dello sgombrare l’insieme delle possibili ipotesi da quelle inutili, banali e non concludenti, l’atteggiamento di chi criticamente, mentre tenta di comprendere la dimensione delle tematiche, scarta le prime soluzioni ovvie e banali, l’operazione “del depurare della feccia” la materia prima. Questa operazione ovviamente segue a quella che la precede che è l’operazione della “putrefazione”, operazione che però l’iniziando è già naturalmente venuto facendo ed effettuando nella vita di ogni giorno, tanto che giunta la putrefazione alla sua piena maturazione, ha deciso di morire a tale stato e volendo l’iniziazione, si è apprestato a compiere senza esserne consapevole appieno, quel viaggio che nel gabinetto di riflessione gli viene consigliato. Il depurare la materia prima dalla “feccia” è – come ognuna delle operazioni dell’opera – un momento necessario ed importante del viaggio che abbiamo iniziato. Nella stessa ci si può soffermare, nonostante ogni nostro desiderio umano (anzi forse a causa proprio del nostro desiderare) molto a lungo... anche per anni, prima di avere dinnanzi a noi chiaro, ormai depurato, pulito e sgomberato da ogni lutulenza e fecciosità, il vero oggetto e la vera materia dell’opera. L’indicare soltanto l’obbligo del viaggio con il proporre la parola V.I.T.R.I.O.L. senza fornire ulteriori indicazioni a chi anela al superamento dello stato di marcescenza e di putrescenza, di dubbio e di oscurità, di disarmonia e di mancanza di luce nel quale si trova, non è esercizio sadico di chi si compiace di destare o ridestare un fuoco sopito, per poi lasciare insoddisfatto il ricercatore o il questuante. Il passare per tappe di tal genere è operazione che rende puro l’ambiente, permettendo l’identificazione del materiale sul quale lavorare. E l’ambiente, è indubbio, è costituito dallo status interiore dell’operatore il quale, impegnato con volontà (e non testardaggine), continua e sempre insiste, soffrendo il patos del travaglio, necessariamente abbandonando, nel corso del travaglio stesso, le scorie che impediscono la presa di coscienza dell’oggetto per il quale il percorso si svolge e che, compreso, diverrà la pietra da rettificare. Lasciare i metalli significa appunto questo. E a tale operazione di lasciare i metalli si da seguito ancor prima dell’entrata nel Tempio, anche se ciò avviene in termini ancora di inconsapevolezza del significato dell’operazione che si compie: la stessa continua anche dopo l’iniziazione e comunque deve essere ricompiuta e riattualizzata ogni qualvolta si lavora nel Tempio. Il viaggio consiste almeno nella prima fase, appunto in ciò, nel render puri il corpo, la psiche, l’anima e la mente al fine di cominciare a comprendere l’oggetto vero della ricerca. In tal modo la Terra diviene con linguaggio alchemico, da fecciosa e lutulenta, una terra “alba”, cioè chiara, lucente. È ben vero che nella ricerca la tradizione provoca chi ha ormai iniziato a compiere il viaggio, dapprima stupendolo, poi incuriosendolo, poi rafforzando l’intenzione originaria tesa a far sì che sempre più, l’ambiente (che è stato precisato essere ambiente interiore ed esteriore) divenga pulito e perfetto; il che detto in altro modo è il sollecitare al compiere l’operazione di sgrossare la pietra grezza. E a volte la tradizione si lascia sfuggire – pur mantenendo il dubbio in termini di proposta ipotetica – che la materia, cioè la Terra da visitare, sia appunto l’idea dell’idea. Ma sarà veramente da intendere la terra in tal senso? O non sarà invece ipotizzabile che la Terra, termine certo dell’invito formulato, non consista in realtà in null’altro se non in quelle che potremmo chiamare le strutture del Reale, la conoscenza effettiva delle quali potrebbe essere il compito da portare a termine? Ed in effetti la perfetta conoscenza della sostanzialità della Terra Madre è un fatto che – ben lo si intuisce – una volta che sia stato realizzato, è liberatorio dalle condizioni di ignoranza che lo hanno preceduto, e quindi dai dubbi, dalle incertezze, dalle ombre e dal buio nelle quali il ricercatore si trovava, ed è quindi al tempo stesso un fatto trasmutante, trasformatore dello status nel quale il protagonista della ricerca si era fino a quel punto venuto a trovare. Conoscere non consiste soltanto in un prendere atto, in un acquisire dati o elementi; ma piuttosto è, e consiste, in termini qualitativi in un trasformarsi della coscienza del conoscitore, ed in termini quantitativi in un accrescersi in estensione ed in profondità degli spazi angusti allo stesso originariamente concessi. Con il conoscere, la prigione nella quale il condannato è rinchiuso, allarga le sue mura e, soprattutto, fatto questo connesso ma ancor più importante, lo stesso dapprima vagamente e poi sempre più con sapevolmente intuisce e comprende il perché della condanna. Per il che può accadere che a volte adotti soluzioni immediate nel corso delle operazioni che va svolgendo, di carattere teologico-speculativo a giustificazione della stessa, e a volte faccia scelte, sia pur qualificate, di tipo religioso per la soluzione finale del problema che si è proposto, che è poi quello del ritrovamento della sua – forse persa? Ma chi lo saprà mai? – Libertà! Ed è anche certo che la conoscenza dell’Opera rende partecipi dell’opera compiuta, e che chi conosce appieno l’opera, i modi e i termini nei quali la stessa è stata e viene realizzata, è simile al suo Autore, all’Architetto che l’ha portata e che, ogni giorno che il Sole sorge all’orizzonte, la porta a termine! Ed è anche certo che la piena conoscenza del vero, la Verità, sarà quella appunto – come ha detto il Maestro – quella che ci farà liberi! L’opera del visitare l’interno della Terra consiste appunto in ciò: mondato e purificato l’ambiente (e cioè il ricercatore, colui che compie la cerca), individuare dapprima l’IDEA, e, dopo aver rettificato il nostro abituale modo di intendere il Reale, penetrare nel CENTRO DELL’IDEA, perché si possa comprendere e partecipare insieme con l’Architetto, che scopriremo esser nostro Padre, del piano che ci risulterà svelato, costruttivo dei Mondi e della Vita. Effettuata la prima parte del viaggio, realizzata con la scelta del volere che si accinge ad operare e con la mondatura e la purificazione dell’ambiente, giunti nel luogo laddove è presente l’IDEA – la quale alimenta se stessa con l’alimentare a sua volta le strutture che le danno forma – resta certo che per accedere al Centro dell’Idea è indispensabile compiere e portare a termine l’operazione del rettificare. La stessa è davvero una operazione decisamente impegnata, difficile da compiersi e soggetta sempre ad essere inficiata da possibili errori e ricadute nel vecchio ed abituale modo di agire, sentire e, soprattutto, pensare. Il rettificare non consiste necessariamente in una catarsi dei sentimenti che hanno caratterizzato l’anima del ricercatore, o in un agire diverso da quello da sempre tenuto – pur se il capovolgimento dei valori e quindi del conseguente sentire ed agire, non è escluso. Forse è più adeguato il termine di “metanoia” al fine dell’intendere in cosa consista il “rettificare”; in quanto etimologicamente analizzato, lo stesso termine ci indica un capovolgimento della mente e dell’intendere che implica, in parte, un andare al di là della mente stessa. Il rettificare, operazione che apre la porta che da accesso al centro dell’Idea, consiste in un diverso pensare e in un diverso comprendere, consiste nell’accedere – come direbbero i kabbalisti – a DAATH, la Conoscenza, la Sefirà incognita posta tra HOCMAH, l’Intelligenza, e BINAH, la Sapienza.
L’Alchimia, diceva Artefio, un grande alchimista, ripetendolo nei suoi scritti e ai suoi discepoli, è “un’arte cabalistica” e non arte di fornelli e di alambicchi, oppure arte fatta soltanto di azioni moralmente rette ed eticamente buone. Con la Parola V.I.T.R.I.O.L. la Tradizione, e con la stessa come al solito saggiamente la Massoneria, ci trasmette pertanto, e non soltanto, il senso e il significato della dovuta e mai soddisfatta ricerca da parte dell’UOMO, del Vero, del Bello e del Giusto, ma anche ci porta a conoscere la Materia prima dell’Opera e l’essenziale strumento operativo per la realizzazione della stessa. Se la scienza moderna, ricca di tanti orpelli ed anche di importanti risultati, appiattita sull’orizzontale dell’utile da conseguire e dei vantaggi da ricavare e far ricavare in funzione del predominante dominatore degli interessi umani, il danaro, comprendesse il senso e il significato dell’insegnamento che con tale termine viene trasmesso, ben altre sarebbero le attuali vicende dell’Umanità! Le spade sarebbero trasformate in vomeri e il leone pascolerebbe con l’agnello, perché la Scienza divenuta Co – Scienza, sarebbe salita verso l’Alto e nell’Interiore attingendo il suo ritrovare alla Conoscenza Suprema.
A. R.


30 aprile 2012

- Johann Wolfgang Goethe


Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte sul Meno 1749 - Weimar 1832), poeta, drammaturgo, romanziere e scienziato tedesco. Figlio di un funzionario dell'amministrazione imperiale, dal 1765 al 1768 studiò diritto a Lipsia, dove maturò in lui l'interesse per la letteratura e la pittura, e dove conobbe le opere drammatiche di Friedrich Gottlieb Klopstock e Gotthold Ephraim Lessing. La sua prima produzione poetica e drammatica, che risente dell'influenza di questi autori, trasse spunti anche dall'amore per la figlia di un oste, che gli ispirò la commedia pastorale Capriccio d'innamorati (1767). Dello stesso periodo è una tragedia in versi, I complici (1768). Nel 1768, ammalatosi gravemente, fece ritorno a Francoforte e, superata la fase critica della malattia, durante la convalescenza si dedicò a studiare occultismo, astrologia, alchimia. L'amicizia con Susanne von Klettenberg, un'amica della madre, attiva pietista, lo accostò al misticismo religioso. Dal 1770 al 1771 Goethe visse a Strasburgo dove accanto alle discipline giuridiche, coltivò lo studio della musica, dell'arte, dell'anatomia, della chimica.
Prime influenze : A Strasburgo ebbe due incontri che sarebbero stati molto importanti nella sua vita e determinanti per la sua opera letteraria. Il primo fu quello con Friederike Brion, figlia di un pastore protestante, che Goethe amò e che avrebbe fornito il modello per vari suoi personaggi femminili, compreso quello di Margherita nel Faust. Il secondo fu l'incontro con il filosofo e critico letterario Johann Gottfried von Herder con cui strinse amicizia: Herder, fra l'altro, lo portò a sottrarsi all'influenza del classicismo francese, ligio alla concezione aristotelica dell'unità di tempo, di luogo e di azione, cui doveva attenersi la tragedia, e lo introdusse all'opera di Shakespeare, in cui proprio il mancato rispetto delle tradizionali unità contribuisce all'intensità drammatica. Herder, inoltre, indusse Goethe ad approfondire il significato della poesia popolare tedesca e delle forme dell'architettura gotica quali fonti di ispirazione letteraria. Gli insegnamenti di Herder si tradussero nella tragedia Götz di Berlichingen (1773), che Goethe scrisse a Francoforte, dove era tornato una volta conclusi gli studi giuridici. L'opera, che prende a modello Shakespeare, ha come protagonista un cavaliere del Cinquecento, in rivolta contro l'autorità dell'imperatore e della Chiesa, e anticipa i fremiti libertari che sarebbero stati l'anima del movimento Sturm und Drang, antesignano del romanticismo tedesco. Quando nel 1771 si trasferì da Strasburgo a Wetzlar, per fare pratica presso il tribunale, Goethe visse una fase d'irrequietezza sentimentale: nel 1774 dedicò a un amore impossibile il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther, che ebbe vasta eco non soltanto sullo sviluppo del romanzo tedesco, ma anche nel mondo letterario del tempo (vi si ispirò Ugo Foscolo, quando nel 1798 scrisse la prima versione delle Ultime lettere di Jacopo Ortis); analoghe ispirazioni pervadono i drammi Clavigo (1774) e Stella (1775). Negli stessi anni, Goethe compose numerosi saggi letterari e teologici, varie liriche, e soprattutto la prima versione del Faust, il cosiddetto Urfaust ("Faust originario").
Gli anni di Weimar : Nel 1775 il diciottenne Karl August, duca di Weimar chiese a Goethe di fargli da precettore. Nel primo decennio a Weimar Goethe dimostrò straordinarie capacità di organizzatore e amministratore, rendendo la piccola capitale un vivace centro culturale dove affluirono alcuni fra i migliori ingegni del tempo, tra cui Herder e Christoph Martin Wieland; inoltre si dedicò allo studio di varie scienze (botanica, mineralogia, osteologia, ottica), continuò a elaborare il Faust, compose la prima stesura della Vocazione teatrale di Wilhelm Meister e iniziò la versione in prosa dell'Ifigenia in Taurine, che avrebbe riscritto in versi nel 1787. A Weimar infine ebbe un'appassionata storia d'amore con Charlotte von Stein, moglie di un ufficiale e donna di grande fascino e intelligenza, che gli ispirò liriche e ballate.
Il viaggio in Italia : Tra i diversi motivi che nel 1786 indussero Goethe a partire per l'Italia vi fu il desiderio di allontanarsi dalla corte di Weimar e da Charlotte von Stein, ma soprattutto la brama di trovare nuovi stimoli e di dare nuovi orizzonti alla sua vena poetica, al contatto dell'arte e della cultura italiana, in particolare di quella classica. Dopo aver visitato le città dell'Italia settentrionale, la Sicilia e Napoli, Goethe si stabilì a Roma dove rimase fino al 1788. Si dedicò con fervore a studiare l'arte, l'architettura e la letteratura della Grecia, di Roma e del Rinascimento, che gli suggerirono forme di mirabile equilibrio per esprimere il fremito e la tensione della passione autentica. Di questo incontro resta affascinante testimonianza Il viaggio in Italia, che venne pubblicato molti anni dopo (1816 e 1829). Risalgono al soggiorno italiano e alle sue suggestioni la versione in giambi dell'Ifigenia in Taurine, i drammi Egmont (1788) e Torquato Tasso (1790); le Elegie romane (1789); gli Epigrammi veneziani (1790) e alcune scene del Faust.
Al ritorno a Weimar (1788) Goethe trovò un'atmosfera ostile nei circoli letterari, mentre a corte mal si accettava la sua relazione con Christiane Vulpius, una giovane che nel 1789 gli diede un figlio e che egli avrebbe sposato nel 1806. Malgrado tutto rimase a Weimar, trattenuto da due motivi d'interesse: la direzione del teatro ducale, che tenne dal 1791 al 1813, e la possibilità di perseguire meglio che altrove gli studi scientifici, cui si dedicò con rinnovato ardore. Risalgono a questi anni vari scritti di anatomia comparata (1784), di botanica (1790) e due volumi di ottica (1791 e 1792). Fu l'amicizia con Friedrich von Schiller a riavvicinare Goethe alla letteratura e dalla loro collaborazione, durata dal 1794 alla morte di Schiller nel 1805, scaturirono numerose composizioni liriche ed epiche, l'idillio in esametri Arminio e Dorotea (1797), il dramma La figlia naturale (1802), la seconda versione del romanzo Gli anni di noviziato di Wilhelm Meister (1796), che avrebbe costituito un modello narrativo per la successiva produzione letteraria tedesca, inaugurando il genere del romanzo di formazione e soprattutto, su incoraggiamento di Schiller, la versione definitiva del Faust (la prima parte fu pubblicata nel 1808).
Gli ultimi anni : Dal 1805 e fino alla morte, Goethe visse anni di intensa creatività. I grandi avvenimenti storici della sua epoca - la Rivoluzione francese, che considerò con un certo sospetto vedendovi non tanto l'espressione di un'istanza di libertà quanto lo scoppio incontrollato di forze oscure e disordinate; la fortuna di Napoleone, che ammirava; gli sforzi per l'unificazione della Germania, considerati con indifferenza, se non con ostilità - trovarono in lui un osservatore attento ma non appassionato. Fra gli scritti di questi anni sono il romanzo Le affinità elettive (1809); Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister (1821, riveduto nel 1829); l'autobiografia Dalla mia vita. Poesia e verità (in 4 voll., 1811-1833); una raccolta di liriche, Divano occidentale-orientale (1819), dai toni mistici ed erotici, licenziosi e ambigui; la seconda parte del Faust (pubblicata postuma nel 1832).
GOETHE E LA NATURA
Il concetto di "natura" rappresenta certamente uno dei grandi temi del Romanticismo, specie di quello tedesco. Infatti l'amore ed il fascino per essa, che affondano le loro radici nel clima culturale dello "Sturm und Drang" e si alimentano della riscoperta del pensiero di Spinoza, costituiscono uno dei dati più caratteristici del movimento. E Goethe non è estraneo a questo influsso. Alla base della concezione goethiana della natura vi è un fondamentale panteismo , che gli deriva dalla lettura di Plotino, di Bruno e di Spinoza, a favore del quale si esprime intervenendo nella cosiddetta 'disputa sul panteismo' tipica di quegli anni. La natura è natura vivente, inizialmente considerata, secondo i parametri dello Sturm und Drang, come un'inesauribile forza primigenia, dalle mille trasformazioni e dai mille volti, compresi quello umano e quello divino. Successivamente, questa visione letteraria si trasforma in una concezione più scentifica, che considera la natura come la sede dell'evoluzione, per complicazione successiva, di un unico fenomeno originario ( Urphänomenon ). Nel suo viaggio in Italia, a Palermo, Goethe credette di aver scoperto la forma della pianta originaria ( Urplanz ): uno stelo dal quale si dipartono i rami e le foglie. La stessa struttura la si ritrova nella costituzione fisica dell'uomo, come colonna vertebrale da cui si diramano gli arti. L'intenzione di Goethe è quella di costruire una morfologia della natura , ovvero uno studio qualitativo delle forme naturali, condotto attraverso l'intuizione e l'osservazione diretta dei 5 sensi: la sua indagine della natura diverge dunque nettamente da quella della scienza moderna (newtoniana), fondata sulla riconduzione dei fenomeni a elementi quantitativi, misurabili matematicamente attraverso procedure sperimentali oggettive. L'avversione di goethe per la fisica newtoniana, improntata al meccanicismo causale, affiora anche nella sua teoria dei colori : servendosi di un prisma di cristallo, Newton aveva scoperto che la luce bianca è scomponibile in raggi ai cui differenti indici di rifrazione corrispondono, nella percezione soggettiva, i diversi colori. Goethe, al contrario, sostiene che la luce è un fenomeno semplice e i colori derivano dalla contrapposizione polare tra chiaro e scuro, cioè tra bianco e nero. Per quanto infondata, la teoria goethiana dei colori si inserisce nella generale tendenza romantica a spiegare i fenomeni naturali come effetti della polarità, cioè a ricondurre la molteplicità delle manifestazioni ad un'unica legge fondamentale della natura. Per Goethe nella Natura non esiste puro divenire, caotico ed anarchico, ma una serie continua di manifestazioni plastiche, attraverso le quali l'Essere si rende percepibile ai nostri occhi. Metamorfosi significa trasformazione, o meglio una serie di trasformazioni in cui una essenza perenne si manifesta via via con modalità esteriormente differenti: la forma, che si concretizza biologicamente nel «tipo», a sua volta, non costituisce una realtà statica, ma una attività plasmatrice, che solo l'occhio esperto riesce a ricondurre all'Unità, attraverso la catena dell'Essere, scorgendo l'Eterno nel transitorio. Che tutto ciò non si sia risolto in una semplice speculazione teorica, ma abbia dato risultati concreti, lo dimostra il fatto che Goethe, seguendo tale paradigma, attraverso «il metodo genetico, il metodo della comparazione anatomica ed embriologica, conosciuto oggi come morfologia comparata», poté conseguire tre notevoli scoperte scientifiche, tuttora valide nella loro essenza: l'origine fogliare delle differenti strutture del fiore: sepali, petali, stami, pistilli; l'origine del cranio da vertebre trasformate; l'esistenza dell'osso intermascellare, o incisivo, nel cranio umano, tanto che la sutura corrispondente, situata tra il canino ed il secondo incisivo, e stata chiamata ufficialmente, in suo onore, sutura incisiva goethei. Goethe è profondamente convinto, sulla scia di gran parte del pensiero romantico, che la natura costituisca un tutto organico, di cui l'uomo è solo manifestazione; l'errore dell'uomo, come già aveva detto Spinoza, sta nel non riconoscere di essere parti del tutto, di questa totalità che è la natura, ma di pretendere di esistere come individualità. Così scrive Goethe a proposito:
' Natura! Noi siamo da essa circondati e avvinti, senza poter da essa uscire e senza poter entrare in essa più profondamente. Non invitati e non avvertiti, essa ci prende nel giro della sua danza e ci attrae nel vortice, finché, stanchi, cadiamo nelle sue braccia. Essa crea eternamente nuove forze: ciò ch'è ora non era ancora, ciò che era non torna; tutto è nuovo, e nondimeno è sempre antico. Noi viviamo nel mezzo di essa, e le siamo estranei. Essa parla incessantemente con noi, e non ci palesa il suo segreto. Noi operiamo costantemente su di essa, e tuttavia non abbiamo su di essa nessun potere. Pare che la natura tutto abbia indirizzato verso l'individualità, eppure non sa che farsene degl'individui. Artista incomparabile, senza apparenza di sforzo passa dalle opere più grandi alle minuzie più esatte. [...] È intera, e nondimeno è sempre incompiuta. Non conosce passato e futuro; il presente è la sua eternità '.
IL FAUST
In quest'opera, che è il suo indiscusso capolavoro, Goethe riprese il soggetto di una leggenda popolare molto diffusa in Germania e che in Inghilterra era già stata soggetto di una rielaborazione teatrale da parte del poeta elisabettiano Christopher Marlowe. La storia ha come protagonista uno studioso, Johann Faust, che, ormai vecchio, tentato dal demonio Mefistofele, vende la propria anima in cambio di giovinezza, sapienza e potere. Ora Faust, onnipotente, può disporre delle sorti altrui: porta alla follia e alla morte una povera fanciulla, Margherita; poi inizia a esercitare la sua influenza diabolica presso le corti principesche del gran mondo. E benché tutto sembri congiurare alla dannazione di Faust, la pietà divina riconosce il desiderio di bene che è stato all'origine di tanto peccare: la stessa Margherita intercede per Faust, simbolo ormai dell'umanità stessa e del suo cammino verso la redenzione. L'opera, allegoria della vita umana nell'intera gamma delle passioni, delle miserie e dei momenti di grandezza, afferma il diritto e la capacità dell'individuo di voler conoscere il divino e l'umano, la capacità dell'uomo di essere "misura di tutte le cose", e mostra il cammino percorso da Goethe dagli anni inquieti dello Sturm und Drang fino alla compostezza classica delle forme e alla saggezza della maturità. E' il mito della superbia della ragione illuministica, dell'uomo che vuole essere il signore del mondo. Faust è un medico-scienziato, uomo rispettabilissimo, che svolge la sua attività con un aiutante (Wagner). Conosciuto tutto il possibile, Faust si sente insoddisfatto e si rivolge alla magia, che gli si presenta come vero e proprio spirito della magia, incarnato dalla diabolica figura di Mefistofele. Quest'ultimo era già comparso nel 'prologo in cielo' per sfidare il Signore che riuscirà a dannare Faust. Faust e Mefistofele siglano un patto: Faust ottiene la giovinezza in cambio della propria anima. Dopo di che, Faust si innamora della bella popolana Margherita e riesce a conquistarla: ella è indotta da Faust a somministrare un sonnifero alla propria madre per potersi così incontrare con l'amante. Il sonnifero, però, porta la madre alla morte. Margherita, uccisa la madre e anche il proprio fratello (Valentino), commette un altro omicidio: toglie infatti la vita al suo bambino (affogandolo), figlio di Faust, e viene arrestata. Nel frattempo Faust vive con Mefistofele nuove avventure: viene infatti introdotto alla conoscenza dei mondi infernali e condotto ad una Sabba (il concilio di streghe e potenze demoniache). Nell'ultima scena dell'opera la ritroviamo in carcere, in preda a forti allucinazioni: invoca a gran voce il perdono di Dio. Faust, accortosi di quanto sta accadendo, impone a Mefistofele di liberare Margherita, la quale, però, si rivela impaurita dalla figura di Mefistofele: ha colto in tale figura la presenza del diabolico, il male. Margherita viene comunque dichiarata salva da una voce celeste. Questa è la trama generale dell'opera. Due sono le grandi tematiche del Faust: il patto-scommessa e lo Streben (il cercare): Mefistofele sfida Dio, dimostrando che Faust, pur affannato alla ricerca di nuovi ed elevati saperi, è in realtà pur sempre disponibile ad un piacere che proviene dall'abbandono della sapienza. Il Signore tira in ballo il concetto di Streben dicendo che ' erra l'uomo finchè cerca '. La parola 'streben' caratterizza il protagonista, il suo continuo sforzo di superare i limiti, di non appagarsi mai in nessuna situazione; rappresenta anche lo spirito della borghesia, la sua forza innovativa e rivoluzionaria. Faust, nel primo prologo, è disperato: il sapere cui è pervenuto non gli permette di conoscere l'intima essenza della Natura (tema sentitissimo in Goethe) e decide dunque di darsi alla magia, evocando Mefistofele. Faust è salvato in extremis dal suicidio: sente la campane della pasqua e la gioia che da esse deriva. In Faust, va sottolineato, convivono due anime in contrasto: la prima tende al potere-sapere, l'altra ad un legame con il mondo.



27 aprile 2012

- Intuizione e ragione


A tutto ciò che ci capita di contemplare con compiacimento, provando il cosiddetto piacere estetico, siamo soliti dare il nome di Bello, senza chiederci troppo sottilmente che cosa esso sia realmente. Eppure la nozione di Bello ha intrigato i pensatori fin dall'antichità; i quali peraltro, più che interrogarsi sulla sua natura, sembravano essere soprattutto interessati a scoprire se tale nozione esista solo nel nostro spirito oppure sia un’Idea assoluta indipendente da noi; e a tali domande hanno risposto in maniera diversa a seconda che fossero idealisti o realisti, con un approccio simile a quello assunto di fronte al problema del Vero o del Bene. Mi pare utile un brevissimo excursus su come sia stato elaborato il concetto di Bello nella storia, chiedendo preventivamente venia agli esperti per le eventuali inesattezze.
E' noto che per Platone la Bellezza esiste in sé, del tutto indipendente dal nostro spirito, nel perfetto "mondo delle idee" che potremo conoscere solo dopo la morte; ogni forma sensibile di Bellezza che si può ammirare sulla terra non è che imitazione imperfetta dell'Idea di lassù; per il neoplatonico Plotino, la Bellezza coincide addirittura con la Verità e con Dio. Baumgarten, nel '700, fu il primo a considerare l'attività estetica come attività autonoma e a valorizzare la conoscenza sensibile come dotata di una propria validità conoscitiva, indipendente dalla conoscenza logica, unificando nella sua Estetica il Bello dell'arte ed il Bello naturale, che da questo momento sembrano venir considerati senza distinzione. Nella sua "rivoluzione copernicana" Kant sostiene che il Bello, al pari del Buono, è un giudizio aprioristico, quindi non esiste al di fuori di noi; ma, piuttosto che spiegarne la natura e le origini, si dilunga sui suoi attributi ed effetti: diversamente dal Bene, che ha in sé una norma finalistica dettata dalla morale, il Bello è causa di un godimento necessario e universale, del tutto disinteressato. Per l'idealismo, e per Hegel in particolare, la conoscenza del Bello è il primo momento di quella autocoscienza dello Spirito Assoluto che trova la sua autentica e totale realizzazione solo nella filosofia. Anche per Croce l'intuizione estetica è un atto originario dello spirito, carico dunque d'una sua intrinseca necessità, ma, perfezionando l'idea kantiana dell'a-priori, precisa che l'intuizione prende forma ed espressione compiuta solo per il tramite di un linguaggio (codice di simboli) che plasma un materiale fisico (marmo, colori, suono, parola ecc).
Come si vede, l'estetica e la linguistica hanno finito per coincidere, poiché è solo la formulazione linguistica ciò che dà espressione compiuta all'intuizione, ciò che permette non solo di veicolare ai propri simili le immagini che si hanno del mondo, ma addirittura di farle esistere consapevolmente nella stessa mente di chi le ha concepite; tutto il resto circola nell'inconscio sotto specie di oscure ed informi pulsioni istintuali incomunicabili, il cosiddetto sentimento, cui, quando affiora per la prima volta consapevolmente nella mente, si è soliti dare il nome ambiguo di intuizione. L'ambiguità di questo termine risiede nel fatto che in realtà il materiale conoscitivo può trovarsi nella mente soltanto in due stati, corrispondenti a due tempi cronologicamente distinti: o in quello informe e confuso di sentimento di benessere o malessere che precede la sua formulazione (ed è per conseguenza inconoscibile dalla ragione), oppure in quello immediatamente successivo alla sua formulazione, per cui è potuto emergere alla superficie della coscienza e diventare conoscibile. Questa ambiguità è il punto di partenza delle nostre presenti riflessioni.
Prima di tutto, se è vero che il linguaggio è lo strumento che consente di dar forma ed espressione compiuta a ciò che si sente confusamente dentro, sembra evidente che i concetti di espressione e di formulazione debbano valere anche oltre il fatto estetico e costituiscano anzi una caratteristica generale di tutta la linguistica e la comunicazione, quando questa segua le vie comuni e non sia paranormale o telepatica; anche quella dunque del pensiero razionale e scientifico creativo, dato che anche questo viene formulato e comunicato come espressione compiuta di confusi contenuti, anche questi chiamati solitamente intuizioni, provenienti dai meandri della mente che li ha concepiti. Insomma, tutti i contenuti cui diamo espressione mediante un linguaggio diventano – attraverso questa operazione di formulazione – razionali, dato che il linguaggio è per definizione una sintassi ordinatrice razionale, oggettiva e universale, comune a tutti gli uomini.
Ma se il linguaggio è una sintassi ordinatrice delle oscure pulsioni che premono dentro di noi per uscire alla luce della coscienza, siano esse o no di natura estetica, non è possibile che la formulazione linguistica sia presente e attiva solo nell'atto creativo; lo stesso meccanismo sintattico dev'essere necessariamente funzionante sia nella trasmissione come nella ricezione, quindi anche in ogni atto puramente conoscitivo: la conoscenza consapevole di una porzione del mondo non è infatti che la creazione nella nostra mente di un'immagine linguistica di esso, una rappresentazione razionale ottenuta dando forma ed espressione ai dati grezzi ed informi che i sensi ci forniscono dall'esterno stimolandone l'elaborazione a livello di coscienza, cioè la formulazione mediante una sintassi linguistica razionale. Si può dire dunque che ogni atto conoscitivo cosciente, che siamo abituati a considerare passivo, sia invece sempre un atto creativo, indistinguibile – come aveva capito Baumgarten – da quello cui siamo soliti dare il nome di espressione artistica, sia essa opera poetica, pittorica o altro. Prendere infatti conoscenza e coscienza di una persona, di un luogo, di un fatto, significa vagliare e organizzare razionalmente i materiali sensibili che ci giungono, creando un'immagine ordinata e soddisfacentemente coerente, quale è per noi la rappresentazione di quella persona, di quel luogo, di quel fatto. A questa forma di conoscenza, che produce un piacere estetico o comunque una soddisfazione simili a quelli della creazione artistica, ho già avuto più volte occasione di dare il nome di rappresentazione estetica della realtà .
Per quanto ciò possa suonare sgradito, vuoi agli scienziati che si credono depositari della verità, vuoi ai poeti che non ammettono contaminazioni con la logica e tanto meno con la scienza, si dovrà accettare la conclusione che ogni attività conoscitiva – sia essa estetica, logica, o scientifica – dipende da un medesimo processo mentale, comune a tutte le attività dello spirito, la creazione artistica come anche la semplice contemplazione cosiddetta "passiva" dell'opera d'arte. A questo punto dovrebbe essere chiaro che le inveterate distinzioni fra conoscenza intuitiva e conoscenza logica sono prive di significato; infatti, non appena si crede di avere un'intuizione, cioè non appena se ne ha consapevolezza, essa cessa ipso facto di essere intuizione e diventa, attraverso la formulazione cosciente – che è sempre linguistica – conoscenza logica e razionale. Esistono solo due mondi: quello dell'inconscio (inconoscibile e incomunicabile) e quello della coscienza (verbale, quindi conoscibile e comunicabile). L'intuizione, dunque, come atto conoscitivo consapevole, non esiste in realtà nemmeno allo stato nascente. Perfino i sogni esistono solo come immagini-sensazioni inesprimibili; quando da svegli si cerca di descriverli, dobbiamo fatalmente assoggettarli ad una operazione di organizzazione verbale assolutamente razionale. Purché si tenga presente questa realtà, si potrà continuare ad usare nella pratica quotidiana il termine intuizione per nominare quello stato nascente, più teorico che reale perché occupa un tempo fisiologico solo virtuale, quello in cui la mente lavora per trarre dall'inesprimibile l'immagine linguistica che cerca.
Probabilmente, la confusione che da sempre è stata fatta fra conoscenza intuitiva e conoscenza logica è stata, fin dal suo nascere, di tipo... "corporativo", in quanto ciascuna di esse faceva capo a delle "lobbies" che si sono sempre guardate in cagnesco: da una parte, quella dei vati e dei poeti che più o meno si dicevano ispirati dalla divinità; dall'altra, quella dei solidi pensatori razionalisti asserragliati nella loro torre d'avorio. Ognuno sventolava la propria bandiera, chi dell'intuizione e chi della logica, per potersi tenere ben distinto dal "rivale" e salvare la propria identità e il proprio onore.
Veniero Scarselli

18 aprile 2012

- L’esoterismo di René Guénon



Per la serietà e la sicurezza delle vedute, per una preparazione veramente particolare in fatto di tradizioni religiose, miti e simbolismi e specialmente di dottrine orientali, per una costante cura nell’affrontare tutti i dettagli pur mantenendo sempre un punto di vista di sintesi, l’opera del Guénon non è da paragonarsi a quella di altri che hanno trattato problemi consimili.
La posizione del Guénon è una posizione di blocco. Si tratta di accettare o meno un dato sistema di riferimento: ma aderendovi è difficile non seguirlo nelle deduzioni che ne trae.
I vari libri del Guénon obbediscono ad un piano prestabilito, che essi vanno ordinatamente svolgendo, il compito iniziale è puramente negativo e se ne può chiarire il senso come segue. Chiuso nella tenaglia del materialismo, l’Occidente negli ultimi decenni è stato preso da un èmpito confuso verso qualcosa di «altro», non sapendo però giungere che a forme equivoche, superstiziose e inconsistenti le quali, contraffacendo la vera «spiritualità», hanno costituito, alla fine, un pericolo altrettanto reale quanto quello del materialismo contro cui erano partite. È così che il Guénon, per primo, ha creduto opportuno prendersela con i «neospiritualismi» più in voga, eseguendone una demolizione sistematica e, a nostro avviso, salutare.
Primo a cadere sotto i suoi colpi è stato lo spiritismo. Il suo libro L’Erreur Spirite, del 1923, merita veramente di esser letto, perché in nessun altro si trova una mise au point del genere. Bisogna, a questo proposito, comprendere l’attitudine del Guénon: egli non contesta la realtà dei fatti, ritenendosi anzi fondato ad ammettere molto più di quel che non possa qualsiasi spiritista. Quel che egli afferma, conformandosi all’opinione di chi, come gli Orientali, pur tuttavia erano così addentro in fatto di fenomeni psichici – quel che egli afferma è che tali fatti (medianità, ecc.) non hanno nessun valore spirituale; che ogni interesse extrasperimentale per essi è malsano e incentivo di degenerescenza; che l’ipotesi spiritica oltre che arbitraria, è in sé stessa contraddittoria e che è soltanto aberrante la pseudoreligione che in certi ambienti ne deriva. Spiragli oltre il «normale» possono pur aprirsene, ma con ben altri metodi e con ben altra attitudine interiore, se si deve parlare di «spiritualità».
Il secondo colpo cade sulla teosofia anglo-indiana e le sue derivazioni più o meno «occultistiche», per le quali vien proposto il termine di «teosofismo» (Le Théosophisme. Histoire d’une pseudo-réligion, 1921). Il Guénon si dimostra terribilmente informato di tutti i retroscena privati del movimento. Simultaneamente, se pur non sistematicamente (e per questo il primo volume è migliore), egli si dà a mostrare quanto, nel teosofismo, si risolva in una morbosa divagazione di menti confuse, mista a singolari travisamenti di dottrine orientali per opera dei peggiori pregiudizi occidentali. Ed anche qui, come l’antispiritismo del Guénon, non vuol dire filisteismo materialista, ma proprio il contrario, così pure il suo antiteosofismo parte unicamente dal bisogno di difendere certe posizioni e dottrine spirituali e tradizionali a cui lo stesso teosofismo vorrebbe rifarsi, non giungendo invece che a delle contraffazioni più dannose.
Ma l’opera negativa del Guénon non si arresta a tanto. Dopo le velleità «neospiritualiste» ecco che l’intera cultura dell’Occidente diviene l’oggetto dei suoi attacchi (Orient et Occident, 1924; La crise du monde moderne, 1927; ed anche: Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, 1921). Più semplicemente, si tratta di ciò a cui l’Occidente ha dato luogo partendo, ad un dipresso, dall’Umanesimo e dalla Riforma. Guénon non esita a riconoscere la perversione più completa di ogni ordine ragionevole di cose. Per chi voglia seguire il Guénon, qui il terreno comincia a farsi difficile, perché difficile, per i più, è il rendersi conto del punto di riferimento assunto dall’ autore.
Il Guénon sostiene che la causa della crisi del «mondo moderno» risiede principalmente in un perduto contatto con la «realtà metafisica» e nel conseguente estinguersi di tradizioni che avessero il deposito di un corrispondente corpus di principi di valori e di insegnamenti.
Per la comprensione del termine «realtà metafisica» come l’usa Guénon, è d’uopo retrocedere a dottrine «premoderne» e «superare», nell’opinione della moderna filosofia: alla scolastica, per esempio, o a Plotino o alle grandi scuole speculative orientali. Di là da tutto ciò che è spaziale e temporale che è soggetto a cangiamento, che è intriso di particolarità, di individualità e di sensibilità, esisterebbe un mondo di essenze intellettuali, ma non come ipotesi o come astrazione della mente, sibbene come la più reale delle realtà. L’uomo potrebbe «realizzarlo», cioè averne un’esperienza diretta così certa, come quella datagli dai sensi fisici, quando riesca ad elevarsi ad uno stato «soprarazionale» di «intellettualità pura», cioè ad un atto trascendente dell’intelletto scisso da ogni elemento propriamente umano, psicologistico, affettivo-soggettivo e così pure «mistico» e individualistico; ed è in relazione a ciò, e non nel riferimento ad una speculazione filosofica, che viene usato il termine: «metafisico».
Cose, come ognuno vede, tutt’altro che nuove. Ma il Guénon a priori si dichiara avversario irriducibile di tutto ciò che è «nuovo» e «moderno»; e nell’idea che l’esser «originale» e «personale», anzi che l’esser vera, decida dell’importanza di una dottrina, egli accusa una delle più singolari deviazioni della mentalità contemporanea.
Dal contatto con la «realtà metafisica» l’uomo, come si è detto, ricaverebbe un insieme di principi, che renderebbero possibile una visuale non-umana per considerare e ordinare le cose umane: avrebbe dei punti fermi, da cui per adattazione ai vari piani potrebbero esser dedotti principi per conoscenze particolari e varie, ma sempre ordinate «gerarchicamente» intorno ad un asse unico sovrannaturale. Questo, per il Guénon, sarebbe stato il carattere delle «scienze tradizionali» conosciute negli antichi cicli di cultura, in opposto alle scienze moderne, induttivo-esterioristiche, particolaristiche, prive di un punto unitario di riferimento, incapaci di conoscere oltre che di «sapere», puramente «profane».
D’altra parte, trasportata sul piano dell’azione, la «conoscenza» relativamente alla «realtà metafisica» darebbe dei punti di vista superiori, dei principi per dirigere gli interessi terreni, per inquadrare le attività mondane, per prolungare, insomma, la «vita» in qualcosa che è più che «vita».
E a questa seconda applicazione non va dato un valore puramente ideale o contrappuntistico: ciò che non comincia né finisce nell’elemento «uomo», proietta dei precisi rapporti di distinzione e di «dignità» nelle forme di vita; e così nasce la possibilità di quella «gerarchia», che antiche organizzazioni sociali conobbero: nell’India, nell’Estremo Oriente, anche nei centri paleomediterranei sino a quel medioevo cattolico-feudale al quale il Guénon, rivendica uno speciale significato di valore. Invece che un gioco di forze esterne, sarebbe dunque stata l’azione universale e, diciamo così, «catalittica» della «conoscenza metafisica» a instaurare simili strutture d’ordine sin nella vita concreta e politica. Per la sua natura non-umana, una tale «conoscenza» avrebbe un carattere universale, di una universalità concreta basata sopra un’esperienza trascendente, ripetiamolo, e non astratta o comunque razionale. E come secondo antiche teorie, la potenza del fuoco esisterebbe sempre e ubiqua, per quanto non si manifesti visibilmente che quando siano presenti dati determinismi e ora sotto questa o quella forma contingente, così pure la conoscenza metafisica avrebbe per sue manifestazioni il corpus degli insegnamenti di varie tradizioni e religioni, varie secondo il tempo e il luogo, ma pure riconducibili all’«invariante» di una Tradizione unica o «primordiale», espressione, questa, da prendersi però non in senso temporale e storico, ma in senso metafisico e spirituale.
Dall’Umanesimo in poi, il Guénon vede costituirsi una cultura «involutiva» in quanto basata unicamente sull’«umano». Sono le facoltà razionali che prendono il posto dell’«intellettualità pura»: l’astrazione filosofica si sostituisce alla conoscenza metafisica, l’immanenza alla trascendenza, l’individuale all’universale, il movimento alla stabilità, l’antitradizione alla tradizione. Simultaneamente il polo materiale e pratico della vita si ipertrofizza, si ispessisce, prende la mano su tutto il resto. Nuove manifestazioni dell’«umano», il moralismo, il sentimentalismo, l’esaltazione dell’«io», dell’incomposto agitarsi (attivismo), della tensione senza luce («volontarismo») balenano dappertutto nel mondo moderno, fra una completa mancanza di «principi», fra un caos sociale e ideologico, fra una contaminazione mistica della «vita» e del «divenire» che batte il ritmo ad una specie di corsa verso l’abisso, sotto il cielo arimànico di una grandiosità puramente meccanica e materialistica. E dall’Europa il male si estende altrove come una nuovissima barbarie: l’antitradizione insinua dappertutto il suo standard of living, «modernizzando» quelle civiltà che, come l’Islam, l’India e la Cina, sia pure in lontani riflessi ancora conservano valori dell’altro ordine. Onde – giustamente, a parer nostro – il Guénon dice contro Massis che, se mai, non di un «pericolo orientale» per l’Occidente, bensì di un «pericolo occidentale» per l’Oriente si deve parlare. E gli scatti di reazione, si è visto già dove conducono, in Occidente: sono le deviazioni neospiritualistiche e spiritistiche che esse stesse, riflettono la tirannia delle facoltà infraintellettuali e l’incomprensione per una realtà che si può esser talvolta mostrata, per spiragli luciferinamente socchiusi. E quand’anche non si tratti di teosofismi, spiritismi e simili, la stessa riviviscenza cristiana in sette e in «ritorni» è la più lontana di tutto dal senso di quel severo contenuto di conoscenza ascetica e simbolica, che attraverso il cristianesimo, potrebbe condurre ad un rinnovato contatto con la «realtà metafisica» e con la «Tradizione», al titolo di una liberazione e di una reintegrazione dell’io.
Il panorama dell’«età moderna» si presenta dunque al Guénon in modo non troppo luminoso. Né egli ammette transazioni: dice no allo spirito occidentale preso in blocco e dubita che si sia ancora in tempo per arrestare la corsa che forse già precipita verso un epilogo di catastrofe. Ad ogni modo, a ciò si richiederebbe anzitutto formare delle élites, nelle quali si ridesti il senso della realtà metafisica. Ma fra queste élites (che, fra l’altro, potrebbero già esistere, più o meno fra le quinte) e le grandi masse della società moderna, come si può pensare che si stabilisca una comunicazione? E allora, anche fatto questo passo, la «Tradizione», in senso grande, non resterebbe nuovamente un problema?
Il tentativo di partire da una delle tradizioni ancora esistenti e da là procedere per «integrazione», forse avrebbe migliori possibilità. A questo riguardo, lo sguardo del Guénon si è portato sul cattolicesimo. Egli, come si è detto, ritiene che, più di ogni altra, la tradizione cattolica abbia avuto in Occidente il deposito della «Tradizione primordiale»: deposito anzitutto ricevuto in una forma religiosa e poi, al giorno d’oggi, passato allo «stato latente» come corpo di simboli e di dottrine, nella cui comprensione non entra ormai niente più di metafisico. Occorrerebbe invece che nel cattolicesimo si formasse una élite capace di tanto; e alla reintegrazione, secondo il Guénon, potrebbe servire la conoscenza di dottrine orientali che, come quella vedantina di cui il Guénon ha dato una buona esposizione: L’homme et son devenir selon le Vedanta, 1925, conserverebbero tuttora l’insegnamento «ortodosso» in una forma più pura e più metafisica. Allora il cattolicesimo potrebbe rianimarsi e costituirsi come un principio positivo contro la crisi del mondo moderno.
Quanto siano chimeriche speranze del genere, qui non staremo a rilevarlo: e il Guénon lascia quasi comprendere una certa sua delusione dopo certe «esperienze» personali in proposito. Ma, in ogni caso, resterebbe questo problema: sino a che punto lo stesso cattolicesimo, anche così reintegrato, si può pensare che possa riorganizzare nell’unità di una Tradizione universale il mondo moderno? Come «base», non bisogna illudersi: il cattolicesimo ormai è estraneo al centro del mondo moderno: ed anche là dove ancora domina, il suo dominio è tutto in superficie e non impedisce che la direzione principale della vita e degli interessi miri a tutt’altra cosa, sia laica e antitradizionale.
Diciamo di più: la stessa comprensione della realtà metafisica, come il Guénon la presenta, è tale da essere essa stessa in contrasto con lo spirito dell’Occidente non pure post-umanistico, ma altresì classico, nordico-germanico, ellenico; onde il Guénon deve forzatamente vedere una via senza uscita e ridursi ad un verdetto di condanna privo di effetti. Tuttavia ci si può chiedere: il modo con cui il Guénon concepisce il metafisico è forse l’unico possibile e legittimo?
Qui siamo al punto fondamentale ove la cinta di difesa del Guénon lascia una zona scoperta. Si è che il termine di «intellettualità pura» usato dal Guénon per l’organo della «conoscenza metafisica» cela un equivoco, anzi un paralogismo, perché effettivamente esso vuol dire «realizzazione» e ogni «realizzazione» comprende due aspetti, due possibilità che sono: azione e contemplazione. Il Guénon surrettiziamente identifica il punto di vista metafisico con quello in cui la contemplazione domina sull’azione, laddove è di uguale dignità l’altro, in cui l’azione invece domina sulla contemplazione e viene a fornire essa stessa una via e una testimonianza della trascendenza, così come nelle tradizioni di sapienza eroica degli kshatriya (guerrieri) conosciute dallo stesso Oriente, se pure in frequente contrasto con quelle più predominanti dei brahmana, alle quali si rifà l’attitudine del Guénon. Ma dal punto di vista brahmano, l’antitesi con l’Occidente si fa aspra ed irriducibile, perché lo spirito dell’Occidente ha appunto una tradizione essenzialmente guerriera, epperò rivela possibilità di latenti vie di reintegrazione solamente quando gli si vada incontro partendo dai principi e dalla comprensione del metafisico che sono propri ad una sapienza guerriera: e quei valori occidentali, come quelli dell’affermazione individuale, della pluralità, della libera iniziativa e dell’immanenza, più che negazione, apparirebbero come elementi allo stato materiale da elevare ad un piano spirituale, secondo l’anima di una tradizione veramente occidentale, cioè guerriera.
Si può dunque dire che l’opera del Guénon è positiva nella sua parte negativa e negativa nella sua parte positiva, perché qui la sua leva manca del punto d’appoggio necessario per poter agire su quella realtà, su cui vorrebbe agire. È invece comprendendo la radice guerriero-eroica che tuttora sta dietro alle forme oscure del mondo moderno e mostrando per quale via si possa liberarla da tale piano e condurla a riaffermarsi in un ordine superiore – quelle antiche tradizioni, in cui l’Eroe, il Signore e il Re apparivano simultaneamente come portatori di valori e di influenze non-umane potrebbero, a questo proposito, insegnarci più di una cosa – che si può giungere in Occidente a qualcosa, più che ad una sterile negazione, che ne disconosce la fisionomia.
A Guénon resta comunque il merito di aver affermata la necessità del ritorno ad un punto di vista «non-umano» nel senso più integrale, chiaro e virilmente ascetico e soprarazionale del termine: giacché questo è il principio, ciò che, anzitutto, importa e senza di cui il problema dello spirito moderno sarebbe condannato a rimanere tale.
Julius Evola

14 aprile 2012

- Mircea Eliade esoterico



La casa editrice “Settimo Sigillo” di Roma ha da poco pubblicato un libro, Mircea Eliade esoterico, che credo farà discutere parecchio. Più in particolare, i contenuti del volume potranno essere apprezzati e dibattuti dagli studiosi di storia delle religioni e dai cultori di studi tradizionali. L’autore, Marcello De Martino, docente di Lingua e Letteratura latina presso l’Università di Harvard, nelle pagine in questione, mette a frutto pienamente la propria specifica preparazione accademica, ma mostra, altresì, di essere attento esegeta di tematiche storico-religiose e di storia dell’esoterismo, in particolare delle sue correnti novecentesche. L’autore, mosso, peraltro, da un particolare gusto per l’ambito artistico letterario, riesce a proporci una ricostruzione significativa della biografia intellettuale di Eliade, il grande storico delle religioni romeno, facendo chiarezza, finalmente, sui suoi “non detti” che, come ben sa l’avveduto lettore, riguardano i rapporti con il tradizionalismo e le scelte politiche giovanili a favore del Movimento Legionario della “Guardia di ferro”, capeggiato da Corneliu Zelea Codreanu. L’importanza del libro è da individuarsi nel fatto che pone fine alla vexata quaestio, inaugurata in Italia nel 1973 da Furio Jesi, dapprima nella voce “Mito”, da questi redatta per l’enciclopedia Isedi e, successivamente, ripresa nelle pagine del suo Cultura di destra, relativa alla prossimità di Eliade alle posizioni della Destra tradizionale. A parere di Jesi, il pensatore romeno, tanto nelle opere scientifiche, quanto nella vasta produzione letteraria, avrebbe mostrato la sua aderenza alla cultura della “Bachofen Renaissance” degli anni ‘20, accettando, fino in fondo, la sostanzialità del mito. In questa prospettiva, attribuendo sostanza metafisica ai racconti mitologici, Eliade avrebbe aderito a una sorta di mistica della morte, in grado di spiegare la sua adesione al movimento dell’estrema destra romena.
Il libro di De Martino conferma la prossimità di Eliade agli autori della tradizione come Evola, Guénon, Coomaraswamy ma inverte di segno il giudizio di Jesi. In qualche modo, nella descrizione e nella elaborazione del giudizio sul mondo arcaico, vera e propria pars construens dell’opera di interprete delle religioni, Eliade è debitore alla visione del mondo prodotta dai pensatori della tradizione e dagli esoteristi. De Martino dimostra tutto ciò, alla luce di una documentazione ineccepibile: traduce direttamente dal romeno i testi eliadiani, in particolare quelli diaristici e letterari nei quali l’autore, come si comprende facilmente, era libero dai vincoli scientifici dell’accademia e poteva esprimersi direttamente, innanzitutto sul proprio mundus imaginalis, cosa che si evince dai romanzi, nonché sui propri interessi, letture e frequentazioni, cose che si desumono, compiutamente, solo dalle pagine diaristiche. Inoltre, il libro presenta l’iter formativo di Eliade, dal periodo giovanile a Bucarest, durante il quale all’università fu suo maestro Nae Ionescu che ebbe, in quanto metafisico e Guardista, un ruolo centrale nella formazione del giovane, al periodo parigino: è nella capitale francese che il pensatore romeno frequenta casa Hunwald, dove incontra, tra gli altri, Eugène Canseliet, considerato negli ambienti degli esoteristi europei l’unico discepolo di Fulcanelli, grazie al quale matura l’interesse eliadiano per l’ermetismo e l’alchimia. Ed è sempre a Parigi che Eliade, a contatto con i surrealisti di Breton e Daumal che, come si sa, avevano propensione per l’introspezione psicologico-onirica, ma anche per le variazioni degli stati di coscienza studiati e realizzati dalle correnti esoteriche, sviluppa quella concezione alla luce della quale la letteratura svolge, per l’uomo contemporaneo, la stessa funzione che, nel mondo tradizionale, era svolta dal mito: la lettura come momento ritualmente propedeutico al recupero del tempo delle origini. E’ questa tesi eliadiana a spiegare l’esegesi esoterica della Finnegans Wake di Joyce, oltre che la passione per Inferno di Strindberg e Séraphita di Balzac, che De Martino ci propone: per lo storico delle religioni l’opera dell’irlandese era, nei suoi effetti, comparabile ai miti australiani del Tempo del Sogno (non casualmente crediamo, riproposti negli ultimi anni da Bruce Chatwin in forma romanzata), in quanto riposizionavano il lettore nel tempo mitico. L’apparente banalità dei personaggi di Joyce e il loro insensato e giornaliero peregrinare, rappresentano la trasposizione contemporanea di quanto significato negli antichi miti dei popoli australi. Eliade, su quest’argomento, si esprime molto semplicemente: “Noi ci meravigliamo e ammiriamo, proprio come gli australiani, che Leopold Bloom si fermi in un bar e ordini una birra” (p. 138).
Vengono, inoltre, analizzati e approfonditi in appositi capitoli, le relazioni che lo studioso romeno intrattenne nonchè le influenze intellettuali che ricevette nel periodo indiano, durante la permanenza, dapprima, presso Dasgupta e, successivamente, presso il guru Swami Shivananda. In India, lo studio e la pratica dello yoga, conducono Eliade a incontrare il tantrismo, della qual cosa ci rendono edotti le pagine di Notti a Serampore, di La luce che si spegne, nonché quelle de Il Segreto del dottor Honigberger, romanzi che manifestano come l’interesse del romeno non fosse semplicemente scientifico ma realizzativo. Altro momento significativo di questa biografia intellettuale è da individuarsi nell’incontro ad Ascona con Olga Frobe-Kapteyn e, soprattutto con Jung. De Martino si sofferma ad analizzare le pagine di diario di Eliade in cui questi annotò dei sogni lucidi avuti ad Ascona, che lo studioso stesso interpretò come sogni sciamanici, divinatori, dai quali sarebbe emersa la corrispondenza psiche/realtà teorizzata da Jung. Si tratta della scoperta del tema della sincronicità del tempo, che renderebbe possibile la divinazione. Di essa Eliade tratta, ancora una volta, nelle pagine di un romanzo, L’indovino delle pietre. Insomma, dalla lettura complessiva dell’opera letteraria di Eliade, supportata da molte pagine di diario e dall’epistolario, emerge chiaramente, come sostiene De Martino, che indubitabilmente lo studioso romeno possa essere definito esoterico. Nelle opere scientifiche, questo legame con la cultura “segreta” e i suoi maestri, è meno evidente, sempre ben celato dalla prudenza accademica che fino agli ultimi giorni condizionò tanto lui, quanto il suo discepolo Culianu. Questi, comunque, seppe la verità su tali temi, sia per la prossimità di vita, almeno per un certo periodo, con il maestro, sia per gli studi che, a seguito della pubblicazione della bio-bibliografia su Eliade, aveva condotto sulla storia della Romania tra le due guerre. Probabilmente, dopo la morte del maestro, se non fosse stato brutalmente assassinato in circostanze misteriose all’Università di Chicago, avrebbe potuto chiarire, fino in fondo, il caso Eliade.
Comunque, va fatto rilevare, solo una volta, nell’opera scientifica del pensatore danubiano, si fa diretta professione di vicinanza all’esoterismo: si tratta dello scritto del 1937, Il folclore come strumento di conoscenza. Chiunque legga questo testo può rendersi conto di come lo studioso credesse, tra l’altro, possibile l’acquisizione di “poteri”, in grado di concedere un controllo magico sulla realtà. Il libro che stiamo analizzando è una vera miniera di informazioni sulla cultura del Novecento, più in particolare su quella tradizionale. Abbiamo pertanto scelto, tra i molti percorsi di lettura possibili, di spendere qualche parola in più sul rapporto Eliade-Evola. Innanzitutto, De Martino dimostra, ponendosi sulle tracce di Culianu, che il personaggio indicato dalle lettere J. E., nel romanzo Il segreto del dottor Honigberger, è sicuramente Julius Evola, inoltre, individua in un personaggio del romanzo La luce che si spegne, Manuel, lo stesso esoterista romano: qui, infatti, Manuel si fa propugnatore di un idealismo magico che ha, come De Martino mette in luce attraverso la comparazione dei testi eliadiani di questo romanzo con quelli filosofici di Evola, prossimità non solo contenutistica ma addirittura espressivo-lessicale con il filosofo dell’Individuo assoluto. Per di più, nelle pagine di diario, diverse volte lo studioso romeno fa riferimento a un saggio da lui scritto nel dicembre del 1928, sulla nave che lo portava da Porto Said a Colombo, intitolato significativamente Il fatto magico, poi andato smarrito: possiamo arguire che questo scritto era di argomento evoliano poiché a esso Eliade fa riferimento nella recensione a Rivolta contro il mondo moderno del 1935, in cui affermava di aver trattato della filosofia magica del tradizionalista ma che, tale studio, era rimasto allo stadio di manoscritto. In ogni caso, Eliade ravvisava nella filosofia magica una struttura logica compiuta, in grado di dar luogo a un sistema filosofico in sé completo. Nella stessa recensione egli scrisse che considerava Teoria e Fenomenologia dell’individuo assoluto: “Il libro più serio sull’Idealismo magico che sia stato scritto fino a questo momento” (p. 269).
Per Eliade è la filosofia di Evola a rappresentare il cuore del sistema di pensiero del romano che, per di più, in quanto idealismo magico, non è in contraddizione con i successivi sviluppi che il pensatore dette alle proprie produzioni intellettuali e al proprio percorso di vita. Per il romeno, come per Evola, il mondo è un dato creato magicamente dall’Io per eliminare la propria insufficienza, mondo che sempre si ripropone come ostacolo, come nuova necessità da superare. Cosa, questa, notata già da Gino Ferretti sulle pagine de L’Idealismo realistico, come puntualmente ricorda lo stesso De Martino. E’ certo che l’aspetto magico è da considerarsi il discrimine che Eliade pose tra il contemplativo Guénon e l’attivo Evola e che, in qualche modo, gli fece valutare più positivamente il contributo teorico-pratico fornito da quest’ultimo. Ma è altresì il medesimo aspetto magico, che emerge dalla lettura che Evola sviluppò dei misteri di Dioniso, intesi a far sì che l’io si imponga in termini divini, ad allontanare, ambiguamente, Eliade da Evola. Infatti se il personaggio Manuel-Evola giunge a sostenere: “ Dio non esiste, occorre che l’individuo lo crei, facendosi divino” (p. 282), Eliade coglie, nelle pagine di diario, proprio in ciò l’aspetto luciferino dell’esoterista romano e attribuisce alle sue pratiche rituali la stessa paralisi che, come si sa, colpì il filosofo al termine del secondo conflitto mondiale.
Lo storico delle religioni, così come emerge dalle stimolanti pagine di questo libro, ci pare un ossimoro vivente che si rapportò alla tradizione spinto da un rapporto di amore – odio. Ciò è spiegabile, certo, come mostrano le lettere che Evola gli scrisse il 15 Dicembre e il 31 Dicembre del 1951, all’interno di un progetto culturale, mirante a introdurre la cultura tradizionale nella cittadella accademica. In quest’ottica l’opera scientifica eliadiana avrebbe svolto la funzione di “cavallo di Troia”, insediatosi oltre le mura nemiche; oppure, quest’ambiguità, potrebbe certamente rinviare alla necessaria prudenza politica cui un personaggio come Eliade doveva attenersi, per ragioni strategiche, all’interno dell’Accademia statunitense, non tenera nei confronti di chi avesse sostenuto pubblicamente, sia pure molti anni prima, la causa dei fascismi europei. Ma in realtà, per noi, la ragione più profonda di quest’ambiguità di fondo, la si evince dai diari. Riportiamo la seguente citazione tra le tante possibili, perché estremamente sintetica e significativa. “di fatto la tragedia della mia vita si può ridurre a questa formula: sono un pagano, un perfetto pagano classico che cerca di cristianizzarsi. Per me i ritmi cosmici, i simboli …. esistono di più e più immediatamente del problema della redenzione” (pp.424-425). Eliade si colpevolizza, alla luce della originaria educazione ortodossa, della sua struttura interiore non cristiana. Questa la lacerazione spirituale che spiega le apparenti contraddizioni rispetto alla filosofia della tradizione, da parte del pensatore. In fondo, egli da sempre interessato a ogni tipo di soteriologia, dall’ermetismo rinascimentale, allo sciamanesimo, allo yoga popolare ha mirato alla realizzazione della coincidentia oppositorum, anche nel proprio percorso esistenziale. La sua esperienza di pensiero ha, a nostro giudizio, il nucleo vitale nella cosmizzazione dell’individuo, e quindi, in definitiva, mette capo a un’antropologia filosofica della tradizione, in grado di restituire vitalità alla staticità di certa scolastica tradizionalista, soprattutto di matrice guénoniana, che non coglie il carattere dinamico dei valori. Eliade, sostiene De Martino, non fa della tradizione una controcultura ma: “introietta il sapere tradizionale in un campo più vasto, e cioè quello lato sensu della Cultura” (p. 384). Merito certamente importante, dal nostro punto di vista, da attribuire allo studioso romeno! In forza di tale posizione, egli capì perfettamente l’inanità dei tentativi iniziatici nella modernità: infatti, l’uomo contemporaneo vive nelle dimensione storica aperta dal giudeo-cristianesimo e, nonostante i nostri sforzi, nessuno di noi, se sincero, non può, parafrasando Croce, non dirsi giudeo-cristiano. Tutti, infatti, siamo immersi nell’orizzonte storico, in esso l’iniziazione può essere attivata casualmente, come capirono Eliade, Jung e ancor prima Neumann, attraverso il “rituale del destino”. È la storia stessa che ci sottopone a prove, a “ordalie” iniziatiche, come fece rilevare Culianu. Una tradizione quella eliadiana che muove, quindi, non dalla preconcetta esclusione del moderno, pur essendo internamente motivata da una tensione ultramoderna, attenta al qui e ora, aperta e colloquiante con la realtà perché cosciente di quanto intuito da un originale interprete della storia contemporanea, che pur di Eliade si interessò, il filosofo Augusto del Noce. Questi ebbe a scrivere: “La linea che oggi propongo intende porsi al di là della posizione modernista come dell’antimodernista. Il moderno e l’antimoderno sono in certa guisa veramente gemelli, così che talvolta riesce difficile distinguere la punta estrema della modernità dell’antimoderno: è il caso di Heidegger” (Modernità, p. 41).
E’ per questa stessa ragione che il libro in questione, propone al lettore una sorta di prossimità tra la tradizione e gli sviluppi della scienza, in particolare della fisica olistica. De Martino affronta i temi sviluppati dalla gnosi di Princeton, ma avrebbe potuto avvalersi, allo scopo, anche del proficuo rapporto prodottosi nel secondo dopoguerra tra Heidegger e Heisenberg. Ed è sempre alla luce delle precedenti considerazioni che Eliade giunse a riconoscere un ruolo privilegiato tra i tradizionalisti a Coomaraswamy, considerato una sorta di antesignano di “scienziato” della tradizione. Personalmente, riteniamo che in tutto ciò si corra il rischio di confondere il sacro con il profano e perciò, a tanto, non ci spingiamo. Pensiamo però che, a chiusa di questa recensione, sia bene riportare due versi di Michelangelo, sui quali Eliade tornò a riflettere molte volte. Essi presentano in poche parole la condizione umana nello stesso senso in cui fu mirabilmente colta da Platone con il concetto di metaxy, in-tra: “Al sole aspira e l’alte torri pianta / Per aggiunger al ciel, e non lo vede”. Conclusivamente, la qualità della tradizione in Eliade è eminentemente platonica, tanto in relazione al tema degli archetipi, come in merito a quelli della gnosi e dell’antropologia. Ma qui il discorso, per dirla con Clavino, si farebbe davvero interminabile.
Giovanni Sessa